La chiesa di San Francesco di Rebeccu

A pochi chilometri da Bonorva, su un costone roccioso che domina la piana di Santa Lucia, si trova un piccolo borgo ricco di fascino e mistero: è Rebeccu, che in epoca giudicale fu capoluogo della curatoria di Costa de Addes, nella regione storica del Meilogu nel Giudicato di Torres. Nel sagrato della chiesa di Santa Maria, oggi identificata con la chiesa di Santa Giulia, nel 1388 si riunirono i rappresentanti delle ville ad essa subordinate per eleggere il procuratore, Giovanni Masala habitator ville de Ribechu, che li avrebbe rappresentati alla firma della Ultima Pax Sardiniae tra Eleonora d’Arborea e Giovanni d’Aragona.

Rebeccu conservò la sua importanza almeno fino al XV secolo, quando iniziò il suo lento ma inesorabile declino a favore della vicina Bonorva. La tradizione lega la decadenza del borgo alla maledizione della principessa Donoria, figlia del Re Beccu, tanto bella quanto malvagia e per questo accusata di stregoneria e mandata in esilio. Davanti agli scherni degli abitanti la principessa lanciò la sua maledizione: Rebeccu, Rebecchei, da’e trinta domos non movei (Rebeccu, Rebecchesi, dalle trenta case non vi muovete).

Da quel momento la maledizione si abbatté sul borgo: le epidemie decimarono la popolazione, crollarono alcune abitazioni, le donne non riuscirono più ad avere figli… Fu così che i pochi superstiti pian piano migrarono verso luoghi più sicuri, in particolare a Bonorva, che da allora crebbe in dimensioni e importanza a discapito di Rebeccu che, invece, nel tempo si trasformò in un paese fantasma.

Al di là della leggenda furono sicuramente i fattori umani e ambientali (epidemie, carestie, frane,…) a decretare la decadenza di Rebeccu. Oggi del suo glorioso passato rimangono una manciata di case attorno alla chiesa, un piccolo cimitero sconsacrato, l’antica fonte nuragica di Su Lumarzu, le chiese di San Lorenzo e di San Francesco (ormai un rudere). Quest’ultima, situata in una collina denominata Su Iaccheddu, si trovava in prossimità dell’innesto della via ad Ulbiam con la via a Karalibus-Turrem. Dell’edificio originario, con aula mononavata e abside orientata a est, rimangono in piedi solo il fianco sud, l’abside e una piccola porzione del frontone posteriore, il resto dell’edificio non è altro che un insieme di ruderi.

La chiesa, costruita verso la metà del XII secolo è uno dei tanti esempi di chiese romaniche semplici costruite da maestranze locali che operavano in tutta la Sardegna durante l’epoca giudicale. È nota soprattutto perché in alcuni conci del paramento absidale esterno sono incise le così dette orme del pellegrino, 80 incisioni ben visibili raffiguranti plantari di calzari, più o meno schematici, lasciati da chi voleva testimoniare il proprio passaggio e simbolo del lungo cammino affrontato per raggiungere il luogo santo.

Nelle vicinanze della chiesa sono stati individuati tratti di strade ancora percorribili e ponti che attraversano corsi d’acqua ritenuti forse salutari, percorsi dai pellegrini per giungere alla chiesa.

Ad animare il piccolo borgo nei mesi estivi un ristorante che gestisce anche alcune case ristrutturate e trasformate in albergo diffuso.

 

 

© Riproduzione Riservata - La voce della Società