Donne e malattia oncologica

La malattia oncologica rappresenta un evento inatteso, che arriva all’improvviso spesso stravolgendo abitudini, vita lavorativa e sociale. Nell’immaginario individuale e collettivo la patologia tumorale (o oncologica) è associata ed evoca significati di sofferenza fisica e psichica, di morte ineluttabile, di stigma e diversità, di colpa e di vergogna. Nonostante i numerosi progressi scientifici in ambito oncologico, che hanno sicuramente determinato un netto miglioramento dei protocolli terapeutici ed un significativo aumento della sopravvivenza dei pazienti, il tumore resta tutt’oggi una delle malattie più diffuse e temute con diversi risvolti psicologici. Molte donne scoprono ancora giovanissime di avere questa patologia che spesso comporta anche grandi cambiamenti fisici. La chirurgia aiuta nel contrasto alla patologia e in alcuni casi rappresenta l’unica forma efficace per arrestare la progressione della malattia; ma allo stesso tempo gli interventi invasivi cambiano l’aspetto fisico e le prospettive future. Ogni intervento chirurgico può avere ripercussioni psicologiche in merito all’accettazione dell’immagine corporea: difficoltà a guardarsi, toccarsi, lavarsi, vivere la sessualità. Possono associarsi sintomi ansiosi, depressivi e disturbi dell’adattamento. Soprattutto nel caso di tumori genitali o al seno, i cambiamenti fisici possono essere particolarmente traumatici e stressanti, ma possono essere affrontati con un progressivo riadattamento alla nuova situazione e senza perdere la consapevolezza interna di essere donna.

La patologia tumorale rappresenta quindi un evento traumatico vero e proprio che interviene bruscamente ed improvvisamente alterando l’equilibrio individuale e interpersonale ed evocando un clima di incertezza e indeterminatezza. Ciò non riguarda soltanto la persona malata ma coinvolge inevitabilmente la sua famiglia che spesso diventa una “unità sofferente”.

La patologia oncologica può determinare anche infertilità è, se in una coppia giovane il desiderio di genitorialità è alto anche altre conseguenze nel rapporto. Il desiderio di maternità può apparire marginale di fronte alla gravità di essere affetta da un tumore ma, per una giovane donna che aveva questo desiderio, ciò rappresenta la fine di un sogno. Quindi non è una cosa di poco conto preservare la propria capacità procreativa e realizzare il desiderio di genitorialità anche dopo una grave patologia. Si tratta di una prova esistenziale sconvolgente che oltre a riguardare tutti gli aspetti già sopra elencati espone la persona davanti a tante paure come quella di non riuscire a riprendere in mano la propria vita e/o addirittura di non farcela. Cos’è più appropriato fare per prendersi cura di sé stesse in un momento del genere? Intanto si deve partire dal presupposto che “prendersi cura” di sé vuol dire chiedere aiuto non solo da un punto fisico e della situazione dello stato di salute ma nella sua globalità. Ciò richiede un percorso di sostegno per comprendere i propri vissuti e le proprie fragilità, preoccupazioni e paure.

Bisogna pensare che chi sta dall’altra parte non è semplicemente “una paziente” ma una persona che necessita in tutti i momenti dell’iter diagnostico-terapeutico di una presa in carico globale, attenta e sensibile a tutti i bisogni che direttamente o indirettamente la persona esprime. Per queste motivazioni è importante stare attenti a tutte le fasi della patologia: dalla comunicazione della diagnosi alla prescrizione delle cure e ai controlli follow-up. Infatti nonostante ci sia la remissione completa della patologia, spesso le conseguenze fisiche e psicologiche del tumore rimangono a lungo dopo il termine delle terapie nonostante la rassicurazione che non c’è evidenza di malattia.

 

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