I diritti del bambino e della famiglia

Il senso del nostro stare sulla Terra sta nella possibilità di garantire la vita alle future generazioni secondo la logica della “continuità” prima e del “cambiamento” poi. La specie umana perpetua nel tempo la sua presenza garantendone la sopravvivenza e, lentamente, ma con costanza si trasforma nel tentativo di migliorare le proprie condizioni e di adattarsi all’ambiente… anch’esso in costante cambiamento.

Affinchè questo processo possa avvenire in maniera armonica garantendo il mantenimento del maggior numero di “esemplari umani” occorre prestare particolare attenzione alla “cura” intesa in senso evolutivo e trasformativo lungo un percorso che, di norma, parte dall’accudimento dei nuovi nati e conduce allo sviluppo e all’affermazione della “persona” nella sua globalità. Una globalità fatta di materialità (il corpo) e di astrattezza (il pensiero, le emozioni … ) intrecciate in maniera indissolubile e, per certi versi, “misteriosa” ma sempre sorprendente e meravigliosa.

Non si tratta di un optional o di un compito facoltativo ma di un vero e proprio impegno che ritroviamo all’art 6 della Convenzione dei diritti dell’infanzia del 1989 (d’ora in poi CRC) secondo il quale: “ tutti gli Stati aderenti devono garantire lo sviluppo psico-fisico del bambino, cioè la sua sopravvivenza e il suo sviluppo”. E’ il sacrosanto “Diritto alla vita” che, ad oggi, non può considerarsi scontato se pensiamo che:

– alcuni stati dei civilissimi Stati Uniti d’America (USA) mantengono nel proprio ordinamento la pena di morte anche per i minorenni;

– milioni di bambini nel mondo muoiono di fame o di stenti;

– le 59 guerre presenti sulla terra fanno strage di innocenti;

La dichiarazione di principio sancita anche dagli ordinamenti interni degli Stati, non sempre, si sostanzia, dunque, in tutela “reale” capace di proteggere gli ultimi nati garantendone non solo la difesa, la protezione ma anche la promozione dei diritti quale presupposto indispensabile all’esistenza.

Il riferimento più significativo è sempre la Convenzione sui diritti dell’infanzia che nell’affermare il Principio di non discriminazione (Art.2 CRC) ci ricorda che il minore va tutelato sempre e comunque, per il solo fatto della sua minore età indipendentemente dalla razza, dal sesso, dalla lingua, dalla religione, dalla sua opinione o da quella dei suoi genitori.

Si perché, anche l’opinione merita un adeguato riconoscimento (Art. 12 CRC) anche quando è espressa da un soggetto che per il nostro Codice Civile, per effetto della minore età, non ha “la capacità d’agire” (Art.2 CC). Il suo parere deve poter contare seppure in proporzione alla capacità di discernimento che evolve nel personale percorso di crescita e sviluppo.

In questo modo bambine, bambini, ragazze e ragazzi diventano pienamente soggetti di diritto con i quali interagire per e nel loro interesse. Non deve trattarsi di una concessione formale, ma sostanziale, poiché la partecipazione è un meccanismo intrinseco di risoluzione dei problemi, in cui si riconosce al minore lo spazio per dare il proprio contributo.

Il significato nuovo e più profondo di questo diritto è il riconoscimento dei minori quali soggetti, certamente, degni di essere protetti, ma anche titolari della partecipazione ad ogni questione che li riguardi.

Il soggetto in formazione è sicuramente portatore di autentici diritti soggettivi il cui godimento deve essere garantito e la cui promozione deve essere stimolata e non banalmente attesa come un’eventualità.

La ratio che governa questo processo è il “Principio del superiore interesse (art. 3 CRC)”. In tutte le decisioni relative a un minore, l’interesse superiore nei suoi confronti deve avere una considerazione preminente. Ogni decisione che lo riguarda, quindi, ha l’obiettivo di promuovere il suo benessere psicofisico, di privilegiare l’assetto di interessi più favorevole a una sua crescita e maturazione equilibrata e sana. Questo significa che i diritti dell’adulto possono passare in secondo piano o anche soccombere a vantaggio di quelli del minore se ciò corrisponde, appunto, al suo superiore interesse. E’ frequente quindi che, in caso di decisioni su affidamento o adozione, uno o entrambi genitori vedano limitata la propria “potestà genitoriale” se ciò è funzionale al benessere della prole.

Il “miglior interesse” (the best interest) deve essere inteso in riferimento a quel bambino specifico, in quella situazione specifica e non come un interesse generale che prevalga versus un altro interesse generale.

Dall’affermazione del principio del “miglior interesse” o “interesse superiore” consegue l’impegno dello Stato di assicurare al fanciullo la protezione e le cure necessarie per il suo benessere.

Da portatore di meri interessi che gli adulti avrebbero dovuto rispettare – ma che se non erano rispettati non potevano essere garantiti in altro modo dall’ordinamento – il soggetto di età minore è divenuto un titolare di diritti che lo Stato è tenuto ad attuare anche rompendo, come nell’adozione, legami di sangue sempre ritenuti incomprimibili, qualora si rilevi una contrapposizione tra il diritto alla crescita e i comportamenti dei genitori.

L’ordinamento afferma, in tal modo, i bisogni essenziali di crescita umana del soggetto in formazione e li traduce in diritti soggettivi perfetti, come lo sono certi bisogni degli adulti, da tutelarsi con la stessa puntualità e intensità. I bambini e le bambine sono quindi cittadini e cittadine a tutti gli effetti e l’impegno del diritto deve essere non solo di garanzia ma anche di promozione per assicurare al minore identiche chances e rendere effettivo il principio di uguaglianza sostanziale (Art. 3 comma 2 Cost).

In questa prospettiva diventa fondamentale individuare la famiglia quale unità fondamentale della società e ambiente naturale per la crescita e il benessere di tutti i suoi membri e in particolare dei fanciulli. La famiglia designata a luogo ideale e spazio fisico dove ricevere la protezione e la “cura” di cui il minore necessita per poter compiere quel processo evolutivo per conseguire l’autonomia necessaria a svolgere integralmente il proprio ruolo nella collettività.

“Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia” (art 1 Legge N° 184/1983).

Si riconosce, dunque, il diritto del bambino a vivere e crescere in una famiglia. Non una qualsiasi famiglia ma, possibilmente, la sua famiglia di origine ovvero, sempre in ossequio al “miglior interesse”, altra famiglia quando quest’ultima non sia in grado di garantire i diritti costituzionali del minore di venire mantenuto, istruito ed educato (art. 30 Cost.), così da promuovere e favorire una crescita armonica in sintonia con le sue inclinazioni. Interviene dunque il potere surrogatorio dello stato che espunge la famiglia d’origine dal proprio dovere di “cura” quando questa manifesti la propria inadeguatezza, per attribuirlo, temporaneamente (affidamento familiare) o definitivamente (adozione) ad altri soggetti riconosciuti idonei di assumersi, responsabilmente, i compiti “genitoriali”.

Ma la famiglia che sia quella d’origine piuttosto che affidataria o adottiva, non potrebbe esplicare appieno le proprie funzioni se non fosse costituzionalmente garantito il diritto all’istruzione (art. 34 Cost.) o quello alla salute (art.32) secondo l’accezione dell’OMS definita come “uno stato di totale benessere fisico, mentale e sociale” e non semplicemente come “assenza di malattie o infermità”.

Riconoscere e affermare i diritti dei minori e della famiglia all’interno degli ordinamenti nazionali e/o internazionali, seppure sia un atto dovuto, non ne determina l’automatica attuazione. La forma non sempre si traduce in sostanza. Esistono notevoli differenze tra i vari paesi del mondo che in molti casi si manifestano con ingiustizie e violazioni lesive dell’integrità fisica e morale dei bambini e delle bambine, dei fanciulli e delle fanciulle. Non si può restare indifferenti di fronte a tali situazioni.

La “cura” dei piccoli non è relegabile al solo ambito familiare ma riveste un interesse di carattere generale che richiama la responsabilità dell’intera collettività. E allora se, in ossequio al principio di sussidiarietà, i cittadini sono capaci di occuparsi della manutenzione dei “beni comuni” analogamente potrebbero prendersi “cura” delle persone occupandosi e preoccupandosi delle loro sorti. Ce ne parla Annalisa Marinelli nel suo volume intitolato La città della cura, che propone di far uscire la “cura” dalla dimensione unicamente domestica e privata in cui è stata finora relegata per riconoscerle invece un ruolo come nuovo paradigma culturale, su cui fondare una “società della cura”.

© Riproduzione Riservata - La voce della Società