La forte devozione dei sardi a Efis Martiri

La devozione verso Sant’Efisio, si sa, è assai diffusa non solo a Cagliari ma in tutta l’isola. Anche quest’anno, purtroppo, il prolungamento dell’emergenza sanitaria ha comportato una drastica revisione della processione votiva che dal 1657 investe le strade cittadine attraverso il tradizionale cammino di fede che da Cagliari giunge fino a Nora. Lungo questo percorso sono tanti i luoghi di culto legati alla figura del santo guerriero che, secondo la tradizione, liberò la Sardegna dalla temibile Peste Barocca che si consumò sotto il regno di Filippo IV di Spagna. Molti di questi luoghi si trovano a Cagliari e uno in particolare – il cosiddetto “carcere di Sant’Efisio” – è legato alla sua prigionia.

Secondo la “Passio Sancti Ephisii”, infatti, il santo fu imprigionato a Cagliari all’interno di una grotta ipogeica nel cuore del quartiere Stampace, in seguito alla sua conversione al cristianesimo: qui fu torturato per poi essere trasferito a Nora, dove fu decapitato il 15 Gennaio del 303 d.C.

Questo luogo è stato identificato nel XVII secolo come la cavità – oggi situata a nove metri sotto il livello stradale – accessibile attraverso una ripida scalinata che ha il suo ingresso dal civico 34 di via Sant’Efisio ed è per questo ribattezzata dai fedeli come “carcere di Sant’Efisio”. L’epigrafe che campeggia sopra il piccolo accesso all’ipogeo contrassegna questo luogo come sacro, connotandolo per la sua importanza che sembra andare ben oltre la semplice fede popolare. L’ambiente sotterraneo, scavato interamente nella roccia calcarea, ha pianta quadrangolare e dimensioni irregolari. Al suo interno lo spazio è articolato attorno a due pilastri risparmiati in fase di scavo, al centro dell’aula; sulla parete orientale, addossato a una piccola abside, vi è un altare in marmo circondato da “azulejos” risalenti al XVII secolo, ancora in ottimo stato di conservazione. Utilizzato già in epoca tardo-punica, l’ipogeo ebbe diverse funzioni, tra le quali, tuttavia, è stata esclusa quella di cisterna, data la forma del vano interno nonché la totale assenza di malte impermeabilizzanti stese sulle pareti.

L’archeologo Antonio Taramelli, tra i primi a condurre gli scavi nel sito, ritenne, piuttosto, che fosse stato destinato al culto della dea Iside, basandosi sull’individuazione di un pozzo scavato nel pavimento, che avrebbe contenuto le acque mistiche del Nilo, propiziatorie ai riti d’iniziazione. L’effettiva antichità del luogo fu inoltre confermata dal ritrovamento di alcune monete datate tra l’epoca tardo-punica e il I secolo d.C. Altri studiosi sostengono un utilizzo come deposito per la conservazione di materiale di cava, successivo, forse a quello cultuale. Difficile poter dire se quelle pareti abbiano in qualche modo ospitato una prima comunità cristiana, divenendo in seguito prigione per i fedeli e quindi anche per Sant’Efisio. Quando poi, nel XVII secolo, si accese l’interesse per la ricerca delle reliquie di santi e martiri locali, alcuni membri dell’Arciconfraternita del Gonfalone chiesero alle autorità religiose di poter indagare l’ipogeo per ritrovare le spoglie di altri martiri.

Nel 1616 fu rinvenuta una sepoltura scavata nel pavimento di terra battuta appartenente al martire Edizio, soldato al seguito di Sant’Efisio. Ancora oggi, a distanza di oltre quattrocento anni, il carcere di Sant’Efisio rimane uno tra i luoghi più affascinanti e misteriosi di Cagliari, capace di raccontare una storia di fede nonché un legame profondo tra un martire e la sua città.

 

 

Scatto di Simon Ska Photography

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