Sa Die de sa Sardigna

“Sa Die de sa Sardigna”, la “giornata del popolo sardo”, è stata istituita dalla Regione Autonoma della Sardegna con la legge n. 44 del 14 settembre 1993. Tale giornata si celebra il 28 aprile di ogni anno per ricordare la rivolta nazionalista dei Sardi (avvenuta il 28 aprile del 1794) contro i Savoia, che culminò con l’espulsione di un gran numero di Piemontesi e altri forestieri, incluso il viceré Vincenzo Balbiano.
Il regime imposto dai sovrani piemontesi causò un forte malcontento da parte della popolazione, fondato sulla convinzione che il governo sabaudo avesse costantemente ignorato e violato le leggi e i privilegi che il sovrano aveva giurato di rispettare quando prese possesso del Regno nel 1720, a seguito del Trattato di Londra.
Le dure riforme amministrative e fiscali poste in essere dai Savoia furono giustificate con il proposito di far uscire l’isola dall’arretratezza economica e culturale in cui versava al momento dell’annessione, ma l’oppressione fiscale e le misure imposte furono percepite come un dispotico tentativo di snaturare le vocazioni del territorio e dei suoi abitanti attraverso l’introduzione forzata di leggi e costumi propri degli stati del continente.
La reazione contro quello che era considerato un vero e proprio regime tirannico fu trasversale e si intrecciò con il fenomeno del banditismo, attribuito dagli esponenti del governo all’indole dei sardi, definiti nemici della fatica e di fatto estromessi dai processi decisionali in materia di governo dell’isola.

Durante l’ultimo ventennio del ‘700 il regno sabaudo dovette contrastare l’avanzata napoleonica. Nell’ambito di quelle concitate fasi la Sardegna fu attaccata su più fronti, ma la reazione del governo sabaudo fu incerta e così a respingere i francesi furono i miliziani sardi: a nord capeggiati da Domenico Millelire e a sud da Girolamo Pitzolo e Vincenzo Sulis.
A seguito del respingimento della flotta francese fu inviata al sovrano Vittorio Amedeo III una delegazione con lo scopo di presentare cinque richieste concernenti il ripristino della convocazione del Parlamento sardo, il rispetto delle leggi e dei privilegi previsti dal Trattato di Londra ignorate e smantellate dai Savoia, la concessione delle cariche pubbliche fino a quel momento riservate a piemontesi, la creazione di alcune istituzioni per la gestione amministrativa della Sardegna. Non si trattava di richieste rivoluzionarie: non mettevano in discussione l’assetto politico, ma ruotavano attorno al raggiungimento di una maggiore autonomia, con l’affidamento dell’amministrazione locale ai Sardi. La risposta di Amedeo III fu negativa su tutti i fronti nonostante il valore dimostrato dai locali nel difendere i confini di una parte del regno.
Si giunse così a un punto di rottura. Il 28 aprile 1794 furono avviate delle manovre di rappresaglia contro alcuni miliziani cagliaritani. La reazione fu violenta: la popolazione insorse prima a Stampace, poi a Villanova e Marina dando fuoco alle porte, facendo irruzioni e disarmando soldati, conquistando le postazioni da sparo.
La folla si riversò infine a Castello dove lo scontro fu in realtà di breve durata: il palazzo viceregio fu conquistato e la città finì per essere controllata dagli insorti. I funzionari piemontesi tentavano di nascondersi o di confondersi tra la folla: per individuarli fu utilizzato un espediente linguistico. Nella concitazione generale le persone venivano bloccate e si diceva loro “nara cixiri”, ossia “dì ceci”, una breve espressione che solo la gente del posto avrebbe saputo pronunciare correttamente, rendendo molto semplice smascherare gli stranieri.

Gli stamenti inviarono un documento al sovrano, esprimendo la volontà di giungere ad un compromesso con il governo e successivamente si decisero le modalità di espulsione dei piemontesi. Il 7 maggio 1794 furono costretti a lasciare l’isola 514 persone. Ad Alghero e Sassari si fece lo stesso.

Il tentativo di ridurre “Sa die de sa Sardigna” ad una mera congiura non riuscì nell’intento di sminuire la portata sociale e politica della contestazione realizzata in varie forme dalla popolazione locale contro l’oppressione e lo sfruttamento perpetrati dal colonialismo straniero. Un dissenso che merita di essere approfondito e contestualizzato nell’ambito del percorso della Sardegna nella storia d’Europa e che conserva un significato simbolico ed identitario profondo: il 28 aprile dovrebbe, al di là delle celebrazioni formali, essere una giornata di approfondimento e studio della storia della Sardegna, di autoconsapevolezza e di unità.

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