Agire il cambiamento

Senza volerlo veniamo al mondo! Per “caso” ci troviamo nella parte fortunata della terra! Non ci manca il cibo né l’acqua, indossiamo abiti puliti e variegati, dormiamo in un letto comodo e con un tetto sopra la testa.

Per noi è normale che sia così! Tutte le persone dovrebbero disporre di tali beni!

Una frazione di secondo è sufficiente per richiamare alla memoria le immagini di chi non è fortunato allo stesso modo. Ma la suggestione viene immediatamente allontanata prima che diventi pensiero angoscioso e inquieti la nostra fragile coscienza.

Ubriachi di materialità mettiamo in stand by il cervello per impedirgli di ragionare e di indirizzare i pensieri al prossimo, vicino o lontano che sia.  Esiste solo il nostro mondo rinchiuso dentro il recinto della quotidianità del nostro individualismo cosciente.

Si! Perché sappiamo bene che tipo di vita facciamo, ne siamo perfettamente consapevoli! E ciò nonostante, imbevuti di “privacy”, non osiamo bussare alla porta del vicino di casa per accertarci del suo “Star Bene”. Ma alla prima occasione, conversando, per caso, con amici e conoscenti, un moto di nostalgia rianima i nostri pensieri. Ed eccoci allora richiamare alla mente le coorti comuni delle abitazioni di una volta dove si giocava con gli altri bimbi e si svolgevano lavori domestici con l’aiuto dei vicini oppure raccontare le manifestazioni di solidarietà degli abitanti delle case attigue in occasione di eventi infausti.

Emerge prepotente il desiderio di cambiare le cose, di tornare indietro nel tempo per recuperare ciò che non c’è più, che si è perso dentro i rapidi cambiamenti di una società che ci ha ammaliato con i consumi e ci ha distolto dai beni immateriali primo fra tutti la relazione con l’altro.

All’illusione dell’agio che si esprime con l’accoglienza incondizionata e passiva di qualunque novità, si contrappone la delusione dell’impotenza rappresentata dalla convinzione di non poter agire un cambiamento.

Se partiamo dal presupposto che “ciò che non è pensato non esiste” allora dobbiamo iniziare “a pensare”, con il cuore e con la mente, a ciò di cui abbiamo bisogno per stare bene e far star bene gli altri.

Il prendersi “cura” di sé è il primo passo per trasformare la statica delusione in dinamica reazione.  Cura che si nutre di “responsabilità” e si manifesta con la “solidarietà” in un percorso finalizzato a restaurare la funzione educativa, propria della comunità, in senso partecipativo, solidale e quindi di sviluppo democratico.

Occorre ripensare all’interno di una logica reticolare dove il “sistema Persona” è un sottoinsieme del più ampio “sistema Comunità” costituito, a sua volta, da innumerevoli entità che si compenetrano e/o si intersecano l’una con l’altra in maniera più o meno complessa in relazione alle dimensioni e alle caratteristiche proprie.

E il sistema comunità, funziona se le persone che la costituiscono gestiscono lo spazio vitale e perché no, anche virtuale, con regole e modalità di relazione comuni e condivise.

ESSERE, FARE o DIVENTARE Comunità rappresentano un processo in continuo DIVENIRE dove i BISOGNI di una persona si alternano e/o si intrecciano con le RISORSE di un’altra in un movimento che tende all’equilibrio ma che può essere così sbilanciato da generare, al contempo, grandi sofferenze per taluni e/o immense gioie per gli altri. Le mancate azioni dell’uno, infatti, si riflettono negativamente sul sistema generando tali disfunzioni. Per questa ragione assume particolare importanza l’apprendimento della “cura” come azione equilibratrice del sistema.

Funzione intrinseca di ciascun individuo è la condivisione, trasmissione e diffusione delle norme e delle pratiche che altro non è che la FUNZIONE EDUCATIVA in senso lato. Essa quindi diventa condizione imprescindibile non solo per ESSERE, FARE o DIVENTARE Comunità ma anche per portare all’interno di essa il cambiamento desiderato.

Per dirla in maniera semplicistica “siamo tutti educatori”, di noi stessi e degli altri perché ciascun individuo che voglia garantire l’equilibrio e il cambiamento del sistema deve dare il proprio contributo al processo.

 

CAMBIARE SI PUO’ e, perché questo avvenga, è necessario:

  1. CONOSCERSI, sapere chi è l’altro! Come è fatto! Come funziona! Quali sono i suoi bisogni!
  2. RICONOSCERSI, attribuire un valore all’esistere dell’altro riconoscendogli la possibilità di essere e di affermare le proprie peculiarità
  3. PARLARE LA STESSA LINGUA nel senso di poter attribuire lo stesso significato alle cose indipendentemente dall’idioma
  4. FIDARSI l’uno dell’altro ossia ritenere che l’altro, pur potendo anche commettere degli errori, agirà nel rispetto e per il bene del prossimo
  5. stabilire UN’ALLEANZA, ossia condividere il medesimo obiettivo e impegnarsi, ciascuno nel rispetto di sé e delle proprie possibilità, a perseguirlo.

 

Il cambiamento, dunque, potrà avvenire solo a patto di immaginare una realtà nuova che, mettendo al centro la Persona promuova e sviluppi un orientamento etico volto alla “cura” e alla manutenzione dell’esistenza intesa non solo in termini materiali ma sociali. Il sistema dei rapporti intersoggettivi potrà così divenire il fulcro dell’azione rigeneratrice che, nel nutrire il reticolo delle relazioni solidali, sarà capace di contrastare la dilagante tendenza all’individualismo garantendo, comunque, l’affermazione del sè.

 

 

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