La Sardegna solidale accoglie i giovani dall’Ucraina

La macchina della solidarietà a favore delle popolazioni colpite dalla guerra si è messa in moto in tutto il mondo. L’UNICEF stima che siano oltre un milione i bambini in fuga dall’Ucraina e, in questi giorni, sono tante le famiglie che si chiedono in che modo contribuire per aiutare i minori che giungono in Europa una volta varcata la frontiera. Si tratta di una crisi umanitaria e di un’emergenza infanzia che non si vedeva dal secondo dopoguerra.

I bambini ucraini infatti sono accompagnati da genitori, zii, parenti ma spesso superano il confine in una fuga solitaria, affidati a conoscenti o adulti di fiducia. Tutto ciò è ampiamente documentato da fotografie e immagini alla TV, viaggi della speranza attraverso chilometri percorsi con treni, autobus e automobili.

Save the Children riferisce che oltre 6,5 milioni di minorenni sono rimasti bloccati nelle città dell’Ucraina. Una volta arrivati in Italia, con il coordinamento di Protezione Civile, prefetture e questure, i bambini vengono divisi tra i centri di prima accoglienza e le case famiglia nel rispetto dei loro diritti ed esigenze. E’ importante registrarli e vigilare su di loro affinché non scompaiano nel nulla, resi di fatto invisibili ed esposti a situazioni che favorirebbero il reclutamento e situazioni pericolose. Così è scattata subito la solidarietà: moltissime famiglie italiane da nord a sud, isole comprese, hanno dato la loro disponibilità per accogliere e ospitare temporaneamente i bimbi ucraini nelle loro case.

Anche la Sardegna ha voluto contribuire con le “carovane della solidarietà”: sono state organizzate due missioni che hanno condotto in terra sarda circa 160 ucraini, ospitati in comunità e dalle famiglie sarde. Altri sono giunti con un volo militare, recuperati al confine dalla Romania e ospitati in una struttura alberghiera cagliaritana. Infine, anche il Cagliari Calcio ha deciso di accogliere 24 calciatori di età compresa tra i 13 e i 14 anni dell’FC Minaj, squadra del campionato ucraino, nel proprio settore giovanile. La solidarietà passa anche attraverso il gioco e la possibilità di ricominciare divertendosi.

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