Gli attacchi di panico, come comportarsi?

Immaginate di trovarvi in un centro commerciale, una volta come tante. All’improvviso sentite qualcosa che non va nel vostro corpo: il cuore inizia a battere all’impazzata, sudate, provate un forte dolore al petto, e tremate. Pensate a un infarto, e in quel momento provate la paura più grande che abbiate mai provato, la paura di morire. Vi portano al pronto soccorso, e dopo tutta una serie di esami uscite con una diagnosi in tasca che lascia l’amaro in bocca: episodio di attacco di panico.

Il medico vi dice che non avete nulla di organico, che la causa è psichica, dice all’infermiere di farvi una fiala di Valium ma l’attacco di panico è già passato ore prima, non c’è più. Ma da lì il vostro cervello apprende che come si è presentato una volta, l’attacco di panico potrebbe ripresentarsi, e questo in genere crea due comportamenti, che costituiscono di fatto i fattori di mantenimento degli attacchi di panico. Il primo è l’attenzione focalizzata sul proprio corpo, rimanere in ascolto dei segnali del corpo predittivi dell’attacco di panico, come il battito cardiaco, cose che per qualunque persona sarebbero normale. Il secondo comportamento è l’evitamento, tipico degli attacchi di panico situazionali: se per esempio l’attacco di panico è avvenuto dentro un ascensore, o dentro una galleria, o in un centro commerciale, la persona eviterà accuratamente di esporsi allo stesso tipo di ambientazioni, per esempio preferirà scegliere un percorso più lungo per raggiungere la destinazione, piuttosto che percorrere il tragitto più breve che include la galleria, oppure prenderà le scale con la scusa di fare attività fisica. Invece prendere l’ascensore solo se accompagnati da qualcuno è uno di quei comportamenti rassicuranti che il panicante mette in atto per affrontare le situazioni temute. Ebbene nel breve termine è un ottimo ansiolitico, ma nel medio termine rinforza la paura.
Facciamo un esempio: prendiamo due persone che hanno sperimentato un attacco di panico in autostrada. La prima affronta di petto la questione, e si forza andando tutti i giorni in autostrada, trovando strategie per gestire la paura, per esempio con una tecnica di respirazione. La seconda evita di guidare, o guida solo se accompagnata da qualcuno, e se nessuno è disponibile rimane in casa. Chiediamo a queste due persone di fare lo stesso percorso in auto da sole. Chi affronterà e chi eviterà secondo voi?

Il sollievo dato dall’evitamento è legato all’eliminazione dell’ansia anticipatoria, ma insegna alla nostra mente che ciò che avremmo dovuto affrontare rappresenta veramente un grande pericolo. Questo meccanismo prende il nome di rinforzo negativo, e va assolutamente eliminato. Ma non è tutto qui, molto spesso gli attacchi di panico sono la spia di un disagio più profondo. Per esempio ricordo un paziente che un giorno all’idea di prendere l’aereo con la sua ragazza, senza gli amici di sempre, ebbe venne un attacco di panico. Razionalmente egli credeva che la causa fosse la paura di perdersi in un posto nuovo, se non era accompagnato da un gruppo di amici fidati. Ma con l’ipnosi clinica scoprimmo che gli attacchi di panico in aereo rappresentavano un segnale di allarme del fatto che si stesse allontanando dalla madre, rimasta sola e con una forte depressione. Una volta elaborati precisi ricordi della sua infanzia molto traumatici che alimentavano gli attacchi di panico e regolata la relazione con la madre nel presente, egli è stato libero di viaggiare serenamente, anche da solo. Prima del Covid, naturalmente.

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