Digiunare a mani piene

Quando si digiuna il primo pensiero è di preoccupazione per ciò di cui ci si deve privare, per la difficoltà a non sgarrare, per l’ansia di rispondere al meglio al proposito. Ma si può pensare a un digiuno che arricchisca chi lo mette in pratica e chi gli/le sta vicino? Possiamo concepire il digiuno come un momento di condivisione, di solidarietà, di apertura ai bisogni dell’atro? In definitiva, pensiamo a un digiuno che non tolga, ma aumenti, che non privi, ma arricchisca, che non mozzi, ma fruttifichi. 

Per questo chiediamo di vivere un digiuno – non solo alimentare – a mani piene!

 

Vogliamo vivere un digiuno che incarna e non scarnifica. Un digiuno che ci fa condividere la fame della gente, il desiderio di vita che è insito nel cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo, che ci permette di suonare con le loro musiche di gioia e di dolore. Non un digiuno che toglie la carne all’altro, che lo scotenna, che lo fa sentire nudo e inerme.

Vogliamo vivere un digiuno che arricchisce e non toglie. Un digiuno che allarga il nostro cuore alla sensibilità di accorgerci della carestia altrui, della mancanza altrui, dei baratri che abitano spesso le persone che incontriamo. Un digiuno che accumula nel nostro cuore le energie per essere vere sentinelle del fratello e della sorella e non sergenti che controllano la quantità dei pasti digiunati o delle rinunce imposte. 

Vogliamo vivere un digiuno che ci insegni difendere non ad accusare. Privarci del cibo e di ciò che più ci sta a cuore non per sentirci migliori, per ergerci a paladini e paladine della strenua ortodossia morale, per issare vessilli da crociata religiosa che limita, esclude, ricaccia; bensì un digiuno che ci permetta di difendere chi non può farlo, di sostenere chi è debole, di sorreggere chi è instabile, di prendere a braccetto chi è solo, di smuovere chi è fermo, di sop-portare chi è ghettizzato.

Vogliamo vivere un digiuno che rafforzi la vista e non ci renda miopi. Un digiuno che ci permetta di vedere oltre le corazze di chi si vergogna della propria sete di senso, oltre le paratie che ostacolano continuamente la prossimità anche visiva con l’altro, oltre gli steccati del giudizio, dell’accusa, della distanza che ci allontanano dalla vita autentica per tenerci imbrigliati in ragnatele artefatte di religiosità ammuffita, di pratiche stantie, di devozioni asfissianti.

Vogliamo vivere un digiuno a mani piene. Piene di gioia che nasce dalla vocazione battesimale, dalla chiamata del Risorto, dalla fede nell’Amore incarnato. 

Vogliamo vivere un digiuno a mani piene. Piene di verità che tolga ogni camuffamento e maschera dalla nostra e dalla vita di chi ci incontra. Piene di autenticità per evitare ogni messinscena, per dribblare ogni doppiogiochismo, per scalzare ogni ipocrisia.

Vogliamo vivere un digiuno a mani piene. Piene di carità che con concretezza dona, spalanca, apre, ossigena, risana, promuove, valorizza, fortifica, rinsalda, cura, guarisce, fascia e sostiene.

Vogliamo vivere un digiuno a mani piene. Piene di fiducia in Dio e nel prossimo; quella fiducia che fa crescere, che sprona, che incoraggia, che dà forza. Piene di fiducia gratuita, sovrabbondante, sincera, condivisa.

Vogliamo vivere un digiuno a mani piene. Piene di pace desiderata e vissuta, ricercata e trovata, annunciata e vissuta, scorta e proposta, personale e comunitaria. Pace per le nostre famiglie, per la società, per la Chiesa, per le comunità religiose, per chi vive sempre tra litigi e alterchi, per chi vive nella confusione e nel chiacchericcio.

 

 

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