Il carico dell’assistenza in famiglia: donne caregiver

Uno degli eventi critici che rende vulnerabile la famiglia è l’esordio di una malattia grave di un congiunto. Questo avviene soprattutto nei casi di tumore o altre patologie croniche ad andamento progressivo in cui il percorso di cure e di riabilitazione spesso è lungo e difficoltoso, e invade tutti i campi della vita del malato riducendone le autonomie. Il ruolo di Caregiver Familiare, e cioè di chi si prende cura del malato, è da sempre associato alla figura della donna e affonda innanzitutto le proprie radici nel contesto socio-culturale italiano e più in generale sud europeo. Nel nostro paese è considerato normale che sia la donna a prendersi cura delle persone care. Si tratta di una questione culturale che si trasforma in un problema sociale e nello specifico di genere. La figura della donna è da sempre associata alla maternità, alla cura, alla dedizione per la famiglia e per gli affetti.

Un’idea che fa parte di un retaggio culturale che persiste e che malgrado l’emancipazione femminile resiste. Da una parte questa aspettativa sociale si trasforma in un compito da cui diventa difficile sottrarsi e quindi diventa un dovere appreso, come se non si potesse fare altrimenti. Ma il tema è al contempo complesso e delicato e concerne diversi aspetti. Il fatto che le donne si prendano a cuore la situazione dei propri cari e se ne facciano carico non può essere solo ricondotto a una questione culturale. Infatti le donne generalmente sono più autonome e tendono ad aiutare piuttosto che a farsi aiutare. Studi sociologici condotti nei primi anni 2000 hanno messo in evidenza come le donne e gli uomini abbiano approcci di cura diversi e hanno confermato una differenza che va oltre il modello culturale. L’uomo tende a essere problem solver, a concentrarsi sul problema e a trovare la strada per affrontarlo e risolverlo. Ciò fa sì che abbia un approccio più pragmatico e concreto nella gestione del parente. La donna invece ha un atteggiamento diverso, più emotivo, apprensivo e accudente e dunque anche il tempo mentale e spirituale che investe è maggiore. Pertanto le donne tendono a non chiedere aiuto, a concentrare tutto su di sé affidandosi solo alle proprie forze, senza rinunciare a nulla. Per cui, all’impegno quotidiano (professionale, familiare e personale) si aggiunge un grande carico familiare che aumenta nel momento in cui ci sono patologie gravi e degenerative. Tutto questo percorso di assistenza oltre a richiedere un oneroso coinvolgimento economico spinge i familiari, oltre che la donna, ad un coinvolgimento emotivo enorme. Tutta la famiglia assieme al paziente viene investita dall’evento e dalla patologia che spesso viene definita come “malattia familiare” e crea notevoli cambiamenti organizzativi modificando compiti e strategie d’intervento. Analizzare l’impatto della patologia richiede e implica l’utilizzo di una prospettiva multifattoriale in cui malattia e famiglia si influenzano reciprocamente.

Il caregiver, termine ormai noto e utilizzato comunemente, è colei/lui che si prende cura e si riferisce a tutti i familiari che assistono un loro congiunto ammalato e/o disabile. Ma anche chi lo fa con amore e tanta dedizione non è esente da momenti di grande difficoltà e stress che sono sempre in agguato e minano la serenità di chi ha questoimportante ruolo. Lo stress legato alla cura di una persona che soffre di demenza ha effetti sul sistema immunitario fino a tre anni dopo il termine delle cure. Caregivers che si occupano dei propri familiari per più di 36 ore la settimana hanno un rischio più elevato di sviluppare sintomi ansiosi e depressivi. Per i coniugi questo tasso è 6 volte più elevato, per i figli invece 2. Ma cosa possono fare le persone che assistono un proprio caro per ridurre i rischi di stress correlati all’assistenza?

 

Ecco alcuni consigli:

– non permettere che la patologia occupi esagerata attenzione nella sua vita e in quella del paziente attraverso la creazione di zone franche;

– ritagliarsi dei momenti di svago e di stacco dall’assistenza senza sentirsi in colpa per questo;

– vigilare su una possibile comparsa di depressione sua o del congiunto;

– alternarsi nell’assistenza con personale esterno o altri familiari disponibili per avere delle ore/giornate libere;

– difendere i propri diritti come cittadino e rispettare le proprie difficoltà e fragilità, assistere non vuol dire annullarsi;

– chiedere aiuto e farsi sorreggere nelle situazioni di maggiore carico e pesantezza. Oltre a ciò va sottolineato il fatto che i tempi stanno cambiando e che sono in crescita gli uomini che condividono con le proprie compagne o con i propri familiari la gestione della quotidianità e delle problematiche di assistenza, ma ci vuole tempo prima che si passi da un cambiamento reale ad un cambiamento culturale.

 

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