Preesistenze a San Sepolcro

La Chiesa di San Sepolcro, ubicata nel cuore del quartiere Marina di Cagliari, fu fondata nella seconda metà del Cinquecento su un terreno attiguo ad un antico nosocomio. Gestita dall’arciconfraternita del Santissimo Crocifisso dell’Orazione e della Morte, la chiesa era al centro di rituali connessi al culto dei defunti: sotto il pavimento, durante i lavori di risistemazione intrapresi negli anni ‘90 del secolo scorso, fu scoperta una cripta coeva al resto della costruzione. Per secoli l’ampio spazio ipogeico era stato dimenticato, e solo lo sfondamento casuale di un diaframma di calce da parte di un operaio del cantiere ha consentito di riportarlo alla luce.

Le scoperte all’interno della chiesa di San Sepolcro, però, non finirono lì. Il problema delle infiltrazioni d’acqua, che avevano interessato in maniera massiccia l’edificio, resero necessari altri lavori e, nei primi anni Duemila, si procedette a un rifacimento dei pavimenti della sacrestia. Anche in quella parte del complesso emersero delle preesistenze, le quali già da subito furono interpretate come appartenenti ad una fase ancora più antica.

Al centro dell’ambiente fu individuata una vasca di forma circolare, di circa due metri e mezzo di diametro. Scavata nella roccia calcarea, utilizzata in moltissimi punti della città di Cagliari come cava per l’estrazione di materiale da costruzione fin dall’età romana, sembra aver avuto almeno due fasi di vita di cui l’ultimo coincise con la stesura di un nuovo strato di impermeabilizzazione e con la realizzazione di tre gradini per poter entrare nella vasca. Il piano esterno è molto deteriorato: si sono conservati pochi resti, mentre sono evidentissimi i tagli di cava. Sembrerebbe che la vasca fosse stata dotata di un sistema di adduzione e svuotamento dell’acqua: di cosa si tratta? Secondo il parere delle studiose e degli studiosi che hanno analizzato il contesto, l’ipotesi che si trattasse di un edificio termale andrebbe scartata, data l’assenza di altri indizi a riguardo. La cronologia proposta, con le dovute cautele, è la fine del IV secolo: età bizantina, dunque. Gli elementi per dare una lettura certa ad un contesto tanto frammentario, in mancanza di documenti scritti, sono davvero esigui, però non si può escludere che ci si trovi di fronte a una vasca battesimale. Se così fosse, sarebbe uno dei pochi esempi in Sardegna: l’isola non ha restituito tracce di battisteri urbani, a parte il caso di Tharros, ma soltanto rurali e di modeste dimensioni.

Il battistero, nell’ambito del cristianesimo, è la struttura realizzata per ospitare il rito del battesimo. Nelle fasi più antiche era una struttura esterna ai luoghi di culto perché il sacramento del battesimo si riceveva da adulti, mediante immersione totale del corpo nell’acqua. I non battezzati non potevano partecipare alle funzioni religiose. Per questo era necessario che il battistero fosse all’esterno e di dimensioni tali da ospitare persone adulte. I battisteri, pertanto, si evolvono architettonicamente a seconda del periodo, del contesto e in funzione delle modifiche al rituale. In particolare, dopo il Concilio di Trento (1545-1563), il battesimo riacquistò una dimensione comunitaria, e di conseguenza i battisteri vennero progressivamente integrati all’interno delle chiese. Le dimensioni si ridussero man mano che l’immersione passò da totale a parziale. Col tempo non fu più necessario avere una struttura specifica, e si smise di costruire i battisteri.

Se fosse corretta l’interpretazione della vasca ritrovata a San Sepolcro, viene da chiedersi se sia esistito anche un edificio di culto di età bizantina nelle vicinanze, al quale il battistero sarebbe stato annesso. Le domande sono molte e resistere alla tentazione di formulare ipotesi che vadano al di là dei dati archeologici è forte, come forte è il fascino di una città cresciuta su se stessa, capace di rinascere in tanti momenti bui della sua storia, resistendo a crolli, distruzioni e al tempo, il cui scorrere non ha cancellato le tracce di un passato millenario, in parte ancora da riscoprire e raccontare.

In foto la Cripta della Chiesa di San Sepolcro – Ph di Roberta Carboni – Me and sardinia

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