Ad Olbia la bellezza della Basilica di San Simplicio

Non sappiamo con esattezza quando nasce il Giudicato di Gallura: il primo documento che ne attesta l’esistenza è una lettera datata tra il 1089 e il 1098. Non conosciamo le sue fasi iniziali né, tanto meno, i motivi che portarono a scegliere Civita (antico nome di Olbia) come capitale giudicale. Probabilmente la scelta fu dettata dalla posizione strategica della città, già sede di un porto, e situata in prossimità della foce di un corso d’acqua che collegata la zona costiera con l’entroterra. La sede diocesana si trovava nella cittadella vescovile di Fausania già dalla fine del VI secolo, e vi rimane, con il nome di Civita, fino al 1503, quando la sede vescovile viene unita a quella di Ampurias e trasferita a Castelgenovese (oggi Castelsardo). 

In un’area poco popolata e povera, già sede di una necropoli romana e basso medievale, sorge uno degli edifici religiosi per la cui bellezza architettonica è considerato il più imponente dell’architettura romanica dell’Isola. Realizzata verosimilmente sui resti di un precedente edificio di culto paleocristiano, di cui è rimasta la cripta, viene costruita su volere dei Giudici di Gallura tra la seconda metà dell’XI secolo al 1110-1120, collocandosi tra due periodi storici: la Tarda Antichità-Alto Medioevo, in cui si inquadra il centro di Fausania, e il Pieno-Basso Medioevo, in cui si sviluppa l’insediamento di Civita. Viene portata a compimento in tre fasi successive con un aspetto finale che non è quello progettato all’inizio, probabilmente modificato per alleggerirne le forme e le strutture: fu abbandonato il granito e scelto il laterizio per la realizzazione delle parti terminali dei fianchi e dell’abside. Nello stesso corso d’opera fu sostituita l’abside con la facciata principale, infatti l’attuale risulta orientata a nord-ovest. Internamente è a tre navate divisa da arcate su pilasti e colonne, queste ultime presentano caratteristici capitelli: uno è ad angolo smussato (secondo un tipologia protolombarda), uno con protomi animali e uno con protomi umane. La facciata presenta un portale architravato sormontato da un arco di scarico a sesto rialzato al di sopra del quale si apre una grande trifora disposta all’interno di un arcata in cui trovano posto cinque alloggi per bacini ceramici, come i quattro al di sopra e disposti a croce. Nelle testate delle navatelle laterali, al di sotto degli archetti, si trovano dei rilievi marmorei a decori geometrici e figurati. All’interno dell’aula si conservano i resti di affreschi romanici. 

Si presenta come un monumento dalle molteplici valenze storiche e culturali: la sua posizione non è casuale, ma rientra nella prassi del Medioevo sardo, di costruire nuovi edifici religiosi in luoghi di culto di epoche precedenti; alla sua realizzazione contribuirono non solo maestranze toscane ma anche manovalanza locale che ha contribuito a farne un prezioso gioiello dell’architettura isolana; infine, esprime la capacità economica del Giudicato in quanto, oltre ad aver attinto alle casse giudicali, alla sua realizzazione contribuì la società gallurese, anche sotto forma di prestazioni lavorative gratuite. Per la grandezza delle sue forme è stata meta di pellegrinaggio, qualificandola come centro di importanza sociale ed economica: nei suoi pressi o al suo interno si svolgevano feste, si stipulavano contratti, si firmavano accordi. Pur non essendo sede di diocesi, per le sue dimensioni e per l’intitolazione a san Simplicio, uno dei più illustri martiri galluresi (patrono di Olbia e della Gallura), rappresenta la chiesa gallurese dal più profondo significato religioso.

 

 

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