La Sartiglia, l’orgoglio degli oristanesi

Maschere: nell’immaginario collettivo evocano la dissimulazione, la trasposizione del reale in una dimensione ultraterrena e mistica. In tutto il mondo le maschere sono ricorrenti durante il Carnevale, che in Sardegna reca memoria di rituali ancestrali di morte e rinascita, officiati da figure con il volto celato dietro fattezze di bestie, di uomini, di donne, talora spaventosamente feroci, oppure androgine e ieratiche. Spostandosi dal cuore dell’Isola all’Oristanese, il rito cambia forma e nome, ma non il proprio significato profondo. Durante la Sartiglia, spettacolare corsa equestre, a celebrare il mito dell’eterno ritorno è Su Componidori, il “cavaliere infinito”, così lo definisce Filippo Martinez, poeta oristanese. Il compito del Componidori, con una evidente componente simbolica di stampo fertilistico, è quello di centrare durante la corsa a cavallo, il foro di una stella sospesa per aria, appesa con un nastro al centro della strada, a una certa altezza dal suolo. Dal numero delle stelle centrate, nelle varie discese effettuate dai cavalieri che seguono Su Componidori, dipende un’annata buona, oppure un auspicio infausto.

Fin dal momento della vestizione, il cavaliere prescelto diventa una figura semidivina che, indossando una maschera senza connotazioni di genere o di espressione, abbandona la propria identità per assumere quella di tutte e tutti, donne e uomini, e riceve il compito di officiare, a nome della collettività, il rituale. Il procedimento della vestizione assume le caratteristiche di un autentico cerimoniale. Su Componidori siede su un tavolo chiamato sa mesitta: a partire da questo momento non potrà più toccare il suolo, fino al termine delle corse e della svestizione. Successivamente viene aiutato a indossare gli indumenti, connotati dai colori caratteristici del gremio di appartenenza. Il tutto è affidato alle sapienti mani di tre donne in abiti tradizionali: due ragazze giovani, massaieddas, e sa massaia manna, più esperta, che sovrintende la procedura. L’istante in cui la maschera viene apposta sul suo volto è quello più sacro, in quanto sancisce la trasformazione del cavaliere in semidio, dall’aspetto androgino, per incarnare il simbolo femminile e maschile della divinità. Su Componidori del gremio dei Contadini si differenzia da quello del gremio dei Falegnami. Il primo indossa una maschera color terra mentre il secondo ne indossa una chiara color cera. Inoltre gli sbuffi della camicia de Su Componidori della domenica sono raccolti da nastri rossi, mentre rosa e celeste sono i fiocchi del Componidori del martedi. Dal tavolo, su Componidori, sale direttamente in groppa al cavallo e riceve uno scettro abbellito alle estremità da un doppio mazzo di viole mammole e pervinche: sa pippia de majiu, con il quale benedice la folla durante sa remada, quando scende al galoppo con la schiena distesa sul cavallo, nel suo ultimo, potentissimo atto rituale. Sia la pervinca che le violette hanno un significato simbolico: la pervinca era utilizzata durante i riti dionisiaci per invocare la pioggia, mentre le violette sono connesse all’antico culto di Attis, di origine frigia, giunto prima in Attica e poi integrato nel mondo romano dove si mescola con i rituali dedicati a Dioniso.

In Sardegna questi elementi si intrecciano con radici culturali ataviche producendo riti segreti dalle innumerevoli sfumature, il cui comune denominatore è sempre il ciclo eterno della morte e della rinascita della natura, attraverso il miracolo dell’acqua che feconda la terra, custodito da figure mascherate, senza nome, senza tempo, senza identità, eterne e infinite.

 

Scatto di Simon Ska Photography

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