Tra Boes e Merdules

Ottana è un piccolo borgo situato sulla valle del Tirso al centro dell’isola. Negli anni Settanta del secolo scorso ha incarnato la promessa di divenire il polo industriale del centro Sardegna ma il motivo per il quale la fama di Ottana ha superato i confini dell’isola è il rituale di morte e rinascita nel ciclo delle stagioni, celebrato ogni anno e la cui memoria affonda in un passato lontanissimo. Sono stati forse i micenei fra il XIII e il XIV secolo a. C. a introdurre nella spiritualità sarda i culti dedicati a Dioniso Mainoles, diventato in sardo Maimone, nella loro forma più primitiva e selvaggia. È un carnevale oscuro, cupo, nel quale per ottenere piogge abbondanti doveva scorrere il sangue di una vittima sacrificale, che impersonava Dioniso e simboleggiava il suo smembramento, unico modo per fecondare la terra. Carnevale, in sardo, si dice Carrasecare, dove carre è la carne viva, umana, de secare, da smembrare in un rito collettivo, mai cancellato dal progredire del cristianesimo. Sebbene le celebrazioni legate a Dioniso siano confluite nella festa di San’Antonio, le radici pagane del carrasecare sono evidenti nella gestualità oggi compiuta forse inconsapevolmente ma fedele alla tradizione, anche a beneficio dei turisti che, ormai da diversi anni, a partire dal 16 gennaio, affollano i borghi barbaricini per assistere all’uscita delle maschere del carnevale sardo.

D’inverno il cielo imbrunisce presto e, dopo la messa e la benedizione del falò in piazza, nell’aria si diffonde il suono cadenzato e gracchiante dei campanacci, che scandisce l’avanzare, attraverso i vicoli di Ottana, delle vittime: i Boes. Un suono ancestrale, capace di risvegliare la memoria atavica del Maimone, Dioniso il furente. Su Boe indossa pelli chiare, porta un grappolo di sonagli a tracolla e ha il volto coperto da una maschera finemente decorata, con alte corna e muso bovino. Ammutoliscono i presenti davanti alla “bizzarra” danza tra vittime e guardiani: i Boes non sono soli, infatti. Li incalzano i Merdules (forse da merre, signore o dio, e doulos, servo, quindi servi del dio; oppure da mere, padrone e de ule, del bue). Vestito di bianche pelli su Merdule porta sul capo su muccadore, il fazzoletto femminile nero e indossa una maschera scura dall’espressione fissa e inquietante che lo rappresenta come un essere umano sfigurato e deforme.

Inizialmente i figuranti si muovono all’unisono, poi improvvisamente i Boes si sottraggono al controllo dei Merdules, correndo tra la folla. I guardiani, nervosi e collerici, agitano il bastone e la frusta, immobilizzando i Boes, e percuotendoli, non per domarli, ma per far sgorgare il sangue dalla schiena degli animali e fecondare la terra. Questa processione è seguita da una figura oscura e temuta: Sa Filonzana, la vecchia filatrice, retaggio dell’antico mito della Parca che muta, segue le vittime tessendo lenta il filo della vita e minacciando di reciderlo.

A conclusione dei festeggiamenti del Carnevale seguono i riti della Settimana Santa a questi si aggiungono altre festività come quelle dedicate a San Nicola e a Maria Vergine Assunta. Merita tuttavia di essere ricordata per la sua importanza storica, artistica e religiosa l’omonima chiesa, dedicata al santo, mirabile esempio di architettura romanica nella declinazione sarda. L’imponente edificio veglia sulla piana di Ottana, un luogo capace di offrire innumerevoli occasioni, durante tutto l’anno, per cogliere gli esiti della peculiare mescolanza tra sacro e profano, che caratterizza da sempre la cultura sarda e che non smette mai di sorprendere.

 

 

Scatto di Simon Ska Photography

 

 

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