Il fascino di Bonorva

Il cuore del Logudoro batte tra l’altopiano di Campeda e il Meilogu, il luogo di mezzo: qui un occhio attento e consapevole può intuire che i particolari colli conici celano in realtà antichi vulcani. Non è un caso dunque, che le terre di questo territorio siano tra le più fertili di tutta la Sardegna. Qui, su un’altura a nord dell’altopiano di Campeda, in provincia di Sassari (da cui dista 50 chilometri), sorge un borgo il cui nome è stato fatto risalire al latino bonus orbis, ossia “terra buona”, anche se sono molti gli studiosi che propongono una derivazione dalla lingua degli antenati, il protosardo.

Bonorva sorveglia una vasta regione pianeggiante, ubicata sul versante settentrionale della catena del Marghine, che sbarra trasversalmente il centro della Sardegna. Si tratta della piana di Santa Lucia, che custodisce, silenziosa, un tesoro dell’archeologia preistorica: la necropoli di Sant’Andrea Priu. Scavata nella roccia di un costone di pietra vulcanica, è giunta fino ai nostri giorni una vera e propria “città dei morti”, costituita da una ventina di tombe a camera, risalenti al IV-III millennio a.C. Le grotticelle artificiali conosciute come domus de janas sono una delle più tipiche tipologie di sepolcri che si trovano in Sardegna: la capillare presenza e il potere evocativo del loro aspetto hanno penetrato profondamente l’immaginario collettivo, dove si sono popolate di creature immaginarie, le janas, piccole fate dal carattere volubile e capriccioso, che trascorrevano il tempo a tessere su magnifici telai d’oro. Comparse nel Neolitico, progressivamente le domus de janas, o case delle fate, si sono evolute e diversificate sia nelle dimensioni che nella decorazione, fino ad arrivare ad imitare le strutture abitative. Ciò fa ipotizzare che i nostri antenati concepissero l’aldilà come una dimensione non troppo dissimile dalla vita terrena. La necropoli di Sant’Andrea Priu è costituita da tombe molto semplici, a una o più celle. Una di esse in particolare, per le sue dimensioni, è stata chiamata la Tomba del Capo.

Per la sua architettura, ricorda la capanna rotonda dal tetto a cono, tipica dell’ambiente pastorale sardo. Ma non finisce qui, perché la frequentazione del sito proseguì fino all’età cristiana, attraversando il periodo romano: di tutte queste fasi restano gli affreschi con cui fu decorata interamente, fino al soffitto, nel periodo in cui venne riutilizzata come chiesa rupestre. L’importanza del sito è straordinaria, se si pensa che gli esempi di pittura parietale di IX- XII secolo in Sardegna si contano davvero sulle dita di una mano. Raggiungendo uno dei punti panoramici che dominano la valle, si scorge un solitario agglomerato di case: è il leggendario borgo fantasma di Rebeccu, avvolto da un incanto perduto e, si dice, da una maledizione. Esso conserva il fascino delle cittadine abbandonate: attraversando le sue strade si incontrano piccole case, e antiche chiese, come quella di San Lorenzo e di Santa Giulia, del XII secolo.

Bonorva è il comune più importante del territorio: con le sue stradine strette e le case dagli ampi cortili evoca l’atmosfera tipica dei centri agropastorali dell’Isola. Fra gli edifici di culto, spiccano la chiesa di San Giovanni Battista consacrata nel 1174, e la chiesa della Natività di Maria, costruita in stile tardo-gotico fra XVI e XVII secolo. A Bonorva è viva la tradizione artigiana tessile: fino a tempi recenti in quasi ogni casa era presente un telaio, di solito orizzontale. La produzione di tappeti e arazzi più tipica prevede una lavorazione sofisticata, con ricami colorati su uno sfondo neutro. Sono numerose le festività che animano l’anno: dal fine settimana conclusivo del carnevale ai riti della Settimana Santa, fino alla sagra de Su Zichi, un pane di grano duro, simile alla spianata, che un tempo si preparava in casa, e portato a cuocere al forno del paese. La sagra si svolge ad agosto ed è accompagnata da una mostra-mercato. Bonorva e il suo territorio seducono con un fascino capace di far immergere i visitatori in una dimensione sospesa tra passato e presente, la stessa che avvolge tanti luoghi in Sardegna dai quali non si va mai via senza la promessa di ritornare.

 

 

In foto il borgo di Rebeccu – Scatto di Simon Ska Photography

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